domenica 30 marzo 2014

Curiosità

Il perché del titolo:


Nell’abbozzo preparatorio (in cui il titolo previsto era La semplice vita di Gervaise Macquart) Zola sottolinea la ‘semplicità’ poco romanzesca dell’opera. Ma già al momento della pubblicazione a puntate, nel 1876, compare il titolo definitivo, molto più a effetto: assommoir (termine intraducibile: in italiano si direbbe, alla lettera, «scannatoio», o «ammazzatoio») è infatti una parola del'argot (leggi argò, gergo) popolare parigino  che indica le distillerie di infimo grado, nelle quali si produceva e distribuiva l’acquavite a basso costo (dove ‘ci si ammazza’ a forza di bere, insomma); con la maiuscola, si riferisce a un locale preciso, una bettola situata al centro del quartiere operaio di Belleville. Si tratta dunque di un titolo denso di implicazioni: annuncia la scelta linguistica fondamentale del romanzo (l’uso dell’argot parigino), dichiara quale sarà il centro simbolico dello spazio romanzesco (la bettola gestita da 'papà' Colombe il cui nome è ironico poiché la colomba porta la pace mentre quest'ultimo rende la gente violenta e sparge la disgrazia nella classe operaia. In mezzo al caffè di Colombe, troneggia l'alambicco famoso, una macchina infernale che Zola trasforma  lungo il  romanzo, in un mostro, un tornado nel  quale tutti finiscono per affogare), anticipa il tema centrale (la degenerazione e la violenza connesse all'abuso di alcool).

L'assommoir del Perè Colombe

Un capolavoro criticato:

Pubblicato a puntate nel 1876 e in volume nel 1877, l’Assommoir è uno dei più grandi successi del secondo Ottocento, anche se lo straordinario favore da parte del pubblico è accompagnato da critiche feroci, e di segno opposto: i benpensanti borghesi contestano le scene di degrado fisico e morale (accusando Zola di pornografia e di oltraggio al pudore), gli intellettuali di sinistra vi leggono un insulto nei confronti del popolo, e persino Victor Hugo lo definì un «romanzo brutto», perché «mostra compiaciuto le orride piaghe della miseria». Quale routine, d’altronde, quale conformismo era in grado di sopportare lo spettacolo di quel linguaggio triviale e la vista di quei personaggi volgari? E come disprezzare i pregiudizi così radicalmente da ammettere questi dettagli crudi, questi costumi degradati, questo interesse sincero per una classe sociale in servitù? La  vigorosa verità del romanzo, la sua intensa poesia venivano ad essere cancellate, eccetto che agli occhi di alcuni chiaroveggenti: Huysmas, Mallarmè e Bourget.

Nota dell’autore sull’Assommoir:

…”Quando l’Assommoir apparve a puntate su un giornale, fu attaccato con brutalità senza esempio, denunciato, accusato di ogni sorta di obbrobri. E’ necessario ch’io esponga qui, in poche righe, le mie intenzioni di scrittore? Ho inteso dipingere il fatale decadere di una famiglia operaia, nell’ambiente appestato dei nostri sobborghi. Dall’abitudine di sborniarsi e dall’infingardaggine, provengo il rilassamento dei legami della famiglia, le sozzurre della promiscuità, il progressivo oblio dei sentimenti di onestà, e più in li ancora, a mo’ di catastrofe, la vergogna e la morte. Si tratta puramente e semplicemente della morale in atto.(…)Non ho la minima intenzione di difendermi, d’altronde. Mi difenderà la mia opera. E’ un’opera di verità, il primo romanzo sul popolo che non mentisca e che abbia odor di popolo. Non se ne deve concludere che il popolo sia tutto cattivo, giacché i miei personaggi non sono cattivi; non sono che ignoranti e corrotti dall’ambiente di penoso lavoro e miseria in cui vivono. Senonché i miei romanzi bisognerebbe leggerli, capirli, vederne chiaramente l’insieme, prima di pronunciare i giudizi bell’e fatti, grotteschi e odiosi che circolano sulla mia persona e sulla mia opera.”…  
Parigi 1 Gennaio 1877.


Zola da romanziere a ‘’pittore’’:

Critico letterario e artistico, Zola difende l’arte contemporanea e la pittura anticonformista dei seguaci dell’impressionismo. Gli scorci di Parigi e i paesaggi che descrive con accuratezza nei romanzi sono gli stessi dipinti dagli amici pittori. Emile Zola, amico di gioventù di Cézanne, manifesta molto presto una grande attenzione per la pittura. Si interessa soprattutto agli artisti che la critica ufficiale disapprova. Nel 1866, scrive un articolo in favore di Manet e lo difende di nuovo l'anno seguente in occasione di una sua mostra personale organizzata a margine dell'Esposizione Universale. Come forma di ringraziamento, Manet propone all'autore di fare il suo ritratto.


Edouard Manet (1832-1883), Emile Zola, 1868, olio su tela, cm 146.5x114


Scrive Henri Mitterand:


…”Sono i suoi amici Chaillan, Cezannè, Bazille, Manet, Pissarro, Renoir, Fantin-Latour che gli hanno insegnato a vedere la vita moderna e a vederla con l’occhio del pittore, abile a cogliere il gioco delle forme, dei colori, degli istanti e delle illuminazioni. Il modo di procedere di Zola, che parte come i suoi amici alla ricerca del motivo, che traccia alcuni schizzi su un taccuino da cui nascerà dopo sistemazioni e ricomposizioni la pagina definitiva, è esattamente quello dei pittori en plein air”.

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